RACCONTI

Ogni quadro ha una sua storia; nasce da emozioni importanti, da sogni che rimangono stampati nell’inconscio, da esperienze quotidiane che lasciano in bocca un gusto particolare per ciò che si è vissuto.
Sono queste le premesse che permettono ad un’immagine, che si presenta chiara e limpida alla mente, di superare la barriera della “normalità”, per accedere a quella dimensione altrettanto reale del sogno.
Una dimensione in cui anche piccoli eventi diventano indimenticabili; in cui le emozioni sopravvivono al passare del tempo, all’ipocrisia del quotidiano, al giudizio insindacabile di chi non le ha colte.
E’ in questa dimensione che la vita acquista un significato particolare, con colore e tonalità proprie e una dimensione profonda che è puro atto creativo.



Zia Francesca e il piccolo Pulce

Zia Francesca è proprio buffa, con i suoi capelli bianchi e i suoi occhiali calzati sul naso, mentre si arrabbia e diventa tutta paonazza dallo sforzo di insultare l’ennesimo malcapitato. Le ho detto mille volte di smettere di guardare la televisione, che la fa solo arrabbiare. Ha un cuore tutto d’oro e si adopera da mattina a sera per tutti, ma ahimè, è talmente elevata la sua idea di giustizia, che noi poveri umani non saremo mai in grado di ottenere la sua piena approvazione! Figuriamoci, a stento ci riescono i gatti, esseri soprannaturali!

Mi viene incontro con un gran boccale di birra fresca che strabordando segue l’andatura ondeggiante del suo corpo, a tratti sconnessa dalle imprecazioni: le sue ginocchia ormai la sorreggono a fatica. Ma ha una volontà d’acciaio e un amore infinito per i i suoi quattro gatti, che cura giorno per giorno con infinita dedizione: Mimi, Mami, Lulù e il piccolo Pulce. Mimi è una gatta tutta nera, selvaggia nei tratti del viso che ricordano i suoi antenati egizi, incutendo quel doveroso rispetto dato dalla sua ereditaria sacralità. Salvata da un rifugio per gatti, è affettuosa con tutti, riconoscente per tutto l’affetto e le cure che riceve quotidianamente: una casa calda, del buon cibo e una umana molto umana che la accudisce in ogni bisogno. Ti accoglie venendoti incontro, chiedendo carezze e amore. Non ha pudore, non nasconde i suoi sentimenti. E’ sfacciata, oserei dire, per essere un gatto, s’intende! Mami invece, è calma, sempre obbediente. Ha movenze e striature da tigre, per non farti dimenticare la sua natura felina, che chissà mai, potrebbe sfoggiare quando meno te l’aspetti. Per questo non l’avvicini e la lasci tranquilla dov’è. E lei ti guarda, con lo sguardo un po’ insofferente di chi vorrebbe starsene da solo al mondo senza nessuna interferenza. Mami incarna quel tipo di gatto che sa esattamente ciò di cui ha bisogno. E tu, puoi stare tranquillo, non fai parte delle sue esigenze. Lulù invece è proprio una gatta nel vero senso della parola. Non accetta ordini dagli esseri umani per ribadire, ogniqualvolta che hai a che fare con lei, che i gatti sono una specie superiore. Ti guarda dall’alto in basso, senza alcun moto di pietà. Se la nostra cara zia Francesca le si avvicina per accudirla, lei reagisce impietosa sfoderando l’artiglieria: denti aguzzi e unghie affilate! Per non parlare di quando ha bisogno di essere curata! Non ne vuole sapere. Figurarsi che bisogna addormentarla per poterla avvicinare. Lo sa bene zia Sara, la veterinaria. E infine l’adorato Pulce, unico maschio tra le femmine. La natura lo ha voluto piccolo, un gatto Nano, per intenderci; un concentrato di tenerezza. Pulce ora è cieco, pesa quasi un chilo ed è poco più grande di un cucciolo di gatto. Nella sua malattia, che ha maturato quando aveva due anni, ha realizzato un carattere pacifico, solitario, quasi meditabondo. Lo vedi passeggiare leggiadro per casa, rimbalzando contro spigoli e pareti, quasi sembrasse distratto, intento nei suoi pensieri di gatto. Come unico maschio di casa ha una grande responsabilità sulle spalle. E se anche tutte le femmine di casa sono al suo servizio, si sa, i problemi più grandi sono di natura filosofica! Pulce è idrocefalo. E’ una malattia che non può essere curata, ma solo tenuta a bada per ridurre e contrastare i danni che l’acqua può creare nel cervello. A dispetto di tutte le più nere previsioni, Pulce oggi ha sette anni. Zia Francesca lo cura con l’attenzione di una mamma. E lo si deve a lei se oggi Pulce con infinita tenerezza si abbandona sulle tue gambe, come un bambino stanco dopo ore di giochi. Pensare che zia Francesca si sveglia tutte le notti alle due del mattino per rispettare gli orari delle medicine che vanno somministrate ogni cinque ore. Alle sette nuovamente una somministrazione, e poi a mezzogiorno, alle 16,30; poi ancora alle 21.00 e nuovamente alle 2 del mattino. Zia Francesca ha riorganizzato la sua vita in funzione degli orari delle somministrazioni delle medicine per Pulce. Dopo l’alzataccia delle due del mattino, riorganizza la casa e la giornata. Esce nel buio per accudire i gatti della strada, a cui non dimentica mai di dare il cibo della giornata e per poi tornare dai suoi gatti e alle sue faccende giornaliere. E’ così che ho conosciuto zia Francesca: il mio gatto Miu Mao era scappato dal balcone durante la stagione degli amori, inseguendo il richiamo di qualche micetta in calore. Così per prima cosa ho appeso in tutto il quartiere dei cartelli con la richiesta di chiamarmi non appena avessero avvistato un gatto grigio, giovane e inesperto di nome Miu Mao. Francesca mi ha chiamata subito, dicendomi di averlo visto la mattina all’alba durante la sua uscita quotidiana per la distribuzione dei pasti. “Ho visto un gatto giovane grigio che non avevo mai visto prima! Però – aggiunge – per poterlo ritrovare ti consiglio di venire alla mattina presto, all’orario dei gatti!” “E qual’è l’ora dei gatti?” Le chiedo. “Le quattro, quattro e mezza del mattino” mi risponde. Ah! Ecco… E’ così che da quel giorno, ogni mattina sono andata con zia Francesca a dare il cibo ai gatti randagi del quartiere, in silenzio per non disturbare i dormienti e chiamando sottovoce il mio piccolo gattino “Miu Maoooo”. Ogni mattina con il cibo da lui preferito: le sardine fresche, che i randagi si pappavano come fosse il pasto di un re. Poi la mattina la passavo al parchetto dietro casa, cercando di parlare il più possibile con i passanti o al telefono, perché Miu Mao sentisse la mia voce. Niente. Zia Francesca sembrava più afflitta di me e mi consolava raccontandomi storie incredibili di padroni alla ricerca dei loro gatti scomparsi. Un signore - mi raccontava - addirittura aveva perso il gatto dal veterinario e tornava a Udine tutte le mattine all’ora dei gatti per cercare la sua amata creatura. Per quindici giorni è venuto da Cividale tutti i giorni, con la mobilitazione di tutto il quartiere che ormai dava per smarrito il povero gattino. E invece no, al quindicesimo giorno eccolo tornare tra le braccia del suo amato padrone! E quando Saltimbanco si è arrampicato in cima all’albero del parchetto e hanno dovuto chiamare i pompieri? Così, con molte storie e tanta esperienza zia Francesca mi ha spiegato che i gatti impauriti si rifugiano in luoghi sicuri da cui non solo non escono, ma che, se anche tu ci arrivi vicino vicino e li chiami, loro non rispondono al tuo richiamo. Era il caso di Birba, che scappata dalle braccia della sua padroncina non si riusciva più a trovarla. E non poteva essere andata tanto lontano, nessuno era uscito da quella stanza. E chiamala per nome “Birbaaaaa”, niente. Apri gli armadi, guarda dentro, sopra e sotto. Niente. Ma, poiché, come si dice, l’esperienza non è acqua, ecco che la zia Francesca ritorna sui suoi passi, guidata da un istinto naturale, riapre l’armadio, guarda bene bene in fondo, ed eccola lì la Birba, nascosta dietro i fogli stampati, invisibile così accovacciata e impaurita com’era! Così, oltre all’uscita mattutina dell’alba e alle soste al parchetto a parlare, ho cominciato a cercare negli anfratti, a chiamare dietro ai portoni, sotto ai cancelli china sul marciapiede tra i viandanti e i bambini che chiamavano Miu Mao con me, a chiedere di entrare nei giardini e nelle case abbandonate. E sono anche sicura di aver sentito un piccolo gemito di gatto in fondo ad un rudere cadente, ma senza luce, che non mi permetteva quindi né di avanzare ulteriormente né di vedere se ci fosse davvero il mio amatissimo gatto. Sempre più rassegnata e stanca, mi trascinavo con zia Francesca alla ricerca disperata di Miu Mao, che dopo l’avvisaglia del primo giorno non si era più fatto rivedere. Finché la mattina del settimo giorno, tornata dal giretto del quartiere a dare da mangiare ai gatti randagi e ritornata nel letto nella mia desolazione, ecco un richiamo felino inconfondibile: Miu Mao sotto la finestra, mi stava chiamando! Mi alzo di corsa, mi sporgo dalla finestra e lo vedo: mi vesto in tutta fretta, scendo le scale come un uragano, apro la porta e guardo questo batuffolo di pelo striminzito ormai irriconoscibile, se non fosse stato per un piccolo dettaglio sulla zampa sinistra. Non l’avrei riconosciuto davvero dopo una settimana senza cibo: era deperito da far spavento. In casa per prima cosa ha mangiato e poi, per più di un’ora, si è aggirato inconsolabile miagolando: mi stava raccontando la sua sventura. Mi si straziava il cuore a vedere questa piccola creatura che aveva avuto il coraggio di sfidare tutte le sue paure per ritornare a casa: gatti randagi grossi e aggressivi, macchine rumorose (per fortuna a quell’ora poche), la strada con i suoi viandanti sconosciuti…. per giungere infine a casa. Se non fosse stato per zia Francesca non avrei certo saputo come comportarmi. Non avrei cercato con tanta insistenza e forse mi sarei limitata come fanno tutti a sperare che tornasse a casa. Ma io sono sicura dentro di me, che se non avesse sentito la mia voce chiamarlo e cercarlo ogni giorno anche lui avrebbe perso la speranza di riuscire un giorno a trovare il coraggio di tornare a casa. Ed è così che sono eternamente riconoscente a zia Francesca. Ma come ricambiare tanta dedizione? In quella strana settimana della mia vita ho avuto modo di conoscere zia Francesca e di comprendere il profondo affetto che la lega ai suoi gatti e in particolare a Pulce. E’ così che ho pensato di farle un regalo sperando fosse gradito: dipingere un quadro del suo amato gatto Pulce. Così le ho chiesto una foto senza certo accorgermi di una cosa che poi mi ha confidato in seguito: tra sé e sé zia Francesca stava pensando: “oddio, un altro quadro di Pulce”. Già perché non sapevo che negli anni, lei, amante delle arti e in particolare della pittura, aveva già chiesto più di un ritratto del suo amato gatto, ricevendo, ahimè, opere assai insoddisfacenti: i gatti rappresentati non assomigliavano affatto a Pulce! Figuriamoci, povera zia Francesca, quando le ho chiesto la foto di Pulce, spiegandole per cosa mi sarebbe servita! Mai e poi mai avrei potuto immaginare cosa le passava per la mente! E poi, però, quale soddisfazione vederla commuoversi davanti al mio dipinto, il giorno che gliel’ho portato. Gli occhi le si sono arrossati e inumiditi dalla felicità: “E’ il mio Pulce” ha esclamato!


Annalisa e la coppa della Vita

Come ormai si sarà capito sono una pittrice. Ciò che però ancora non ho detto è che sono nata a Milano e che c’è stato un periodo non troppo lontano, in cui avevo deciso di andarmene da quella città troppo chiassosa, con i suoi abitanti distratti, annoiati, piegati da un tran tran isterico e inconcludente.

Fu proprio in quel periodo della mia vita che sull’invito di un’amica partii per Cortina per incontrare Stefano, guida alpina, e altri amici per andare ad arrampicare. Il primo è stato il giorno di prova per testare il nostro livello su una via non proprio semplice, a metà della quale abbiamo dovuto far marcia indietro per il maltempo su ancoraggi di fortuna. L’indomani ci siamo rilassati in falesia, su rocce semplici, per riprendere fiato. Io me ne stavo sdraiata su una roccia a leggere un libro. Non avevo voglia di arrampicare e guardavo gli altri che si dimenavano tra risate e schiamazzi per raggiungere la sosta. Tra loro Annalisa che rideva come una bambina, appesa alla corda con la schiena rivolta alla roccia e quel suo particolare accento triestino! Era una delle sue prime arrampicate. Non aveva nessuna tecnica, ma il suo amore per l’altezza e per il vuoto la rendevano assolutamente a suo agio. Si lasciava cadere allegramente, sbattacchiando come un pendolo contro la roccia, appesa sulla corda, come se fosse la cosa più naturale al mondo. Me ne innamorai a prima vista. Poi, finita la faticaccia, davanti a una birra fresca, ci conoscemmo meglio, ci scambiammo gli indirizzi e i numeri di telefono e ci salutammo, visto che lei era a Cortina solo di passaggio per trovare una sua amica. Noi proseguimmo la nostra vacanza arrampicando un altro paio di giorni con Stefano e gli altri. Fu da quel giorno che Annalisa e io restammo sempre in contatto, telefonandoci o scrivendoci di quando in quando e raccontandoci ogni volta un po’ di più della nostra vita. Fino al giorno in cui le diedi la bella notizia: “Mi trasferisco a Udine!” Incredibile, ma, avendo trovato lavoro in Friuli ho preso la palla al balzo e non me la sono fatta scappare. Annalisa è stata la mia prima amica in questa terra, ricca e fertile. Ci vedevamo spesso all’inizio: nei fine settimana si andava ad arrampicare o a fare passeggiate in montagna, entrambe come eravamo allora: senza compagno e io anche molto stanca, quotidianamente sopraffatta dal peso del nuovo lavoro che non mi dava respiro. A due mesi dalla nuova collaborazione sentivo tutto il peso di una scelta di vita che si palesava davvero difficile. Altre volte avevo cambiato città, lavoro e amicizie, ma questa volta non riuscivo ad ambientarmi così facilmente. Ma il carattere forte e determinato di Annalisa, la sua vivacità contagiosa, la sua femminilità vigorosa erano per me un grande punto di riferimento in uno dei periodi più difficili della mia vita. Mi raccontava che il suo sport preferito era gettarsi con il paracadute dall’aereo, ma che aveva dovuto smettere per un incidente occorso durante un lancio, che le ha provocato la rottura di una vertebra. Ciò nonostante ad anni di distanza, si era gettata ugualmente da un ponte di ca 80 m di altezza, cosa che avrebbe voluto ripetere ogni giorno, tanta era stata la botta adrenalinica che le aveva procurato quell’esperienza. Mi spiegò in quell’occasione che l’adrenalina agisce come una droga, ne diventi letteralmente dipendente e così aveva dovuto farsi aiutare per superare l’emozione. Secondo sport preferito il wind-surf, per il quale Trieste, con il suo vento, è proprio la città adatta. Non vedeva l’ora finisse la giornata di lavoro per raggiungere il mare con la sua tavola e lanciarsi tra le onde. Oltre a ciò, amante del mare com’era, nuotava in mezzo alle onde per ore, giocando con le meduse. Per non parlare della Capoeira, la danza/lotta brasiliana che praticava tra ragazzi brasiliani e non. Non stava mai ferma. Ricordo la sua faccia quando le prestai il libro di Jorge Amado “Gabriella, garofano e cannella” pensando le piacesse, visto l’argomento. Ma da quando aveva conosciuto l’arrampicata, proprio nel periodo che la conobbi a Cortina, non voleva fare altro che starsene appesa alla roccia. Ormai era diventata molto brava, molto più di me. Aveva frequentato un corso di arrampicata e appena possibile viaggiava con istruttori e compagni di corso tra una falesia e l’altra. Ricordo che un sabato pomeriggio la raggiunsi a Trieste. Era stata in Val Rosandra a fare una passeggiata e ne era tornata con due grandi mazze di tamburo. Io le osservai e confermai che si trattava di mazze di tamburo, ma lei volle il parere di un esperto e passò a casa, dai suoi genitori, a chiedere ulteriore conferma. Ne portò una sola con sé, quella con l’anellino, già perché in effetti il secondo fungo l’anellino sul gambo non l’aveva. E solo l’indomani seppi che non le aveva trovate vicine, bensì in due punti distanti uno dall’altro. Comunque, dopo il parere favorevole dei genitori, felici e contente ce ne andammo a casa sua a cucinare quegli appetitosi funghi: lei era in piedi ai fornelli, mentre io impanavo i pezzi di fungo che avevamo pulito, lavato e tagliato. Lei li cucinò e ce li mangiammo con un buon vino rosso. Ricordo che il sapore era ottimo, ma, mentre un fungo aveva consistenza quasi croccante, l’altro era molliccio, quasi acquoso. Non passò più di una mezz’ora che Annalisa cominciò a grattarsi le cosce, che non si sa bene come mai avevano preso a pruderle senza sosta. Imperterrite non ci lasciammo certo distogliere dal nostro proposito di uscire quella sera, avendo appuntamento con un gruppo di amici in piazza Unità Unità d’Italia, dove davano un concerto all’aperto con Lucio Dalla, Ron, Morandi e altri cantanti e cantautori italiani. Di cui, se devo essere sincera, non ricordo granché, visto che in macchina, dirigendoci verso il centro, con Annalisa che si grattava in continuazione le gambe, cominciai a sentirmi male. Non un malessere comune, descrivibile, ma tutti i malanni mai provati in vita mia tutti assieme: mal di testa, nausea, male alle ossa, dolori alla pancia e alle reni, fatica a respirare, gambe molli, e chi più ne ha più ne metta. Ricordo che per me chiesero una sedia ad un bar della piazza perché potessi sedermi, visto che stare in piedi mi era praticamente impossibile. Perché non mi sedetti per terra non saprei. Poi, dopo ore di questa sofferenza, mi trasferirono sulla sedia di un bar qualche centinaia di metri più in là, dove erano andati a bere qualcosa restando in piedi per strada, come si usa a Trieste. Sopportai altre interminabili ore di malessere prima che Annalisa mi riportasse a casa sua, dove mi fece una tisana calda e mi mise a dormire. Cosa che feci ben volentieri, sperando di risvegliarmi al mattino seguente. Se sto scrivendo è evidente che al mattino mi risvegliai, e stavo anche molto meglio. Ancora un grande intorpidimento, come dopo un’epocale sbronza, con mal di testa e giramenti di capo, ma nulla a che vedere con il malessere della sera prima. Annalisa, dal canto suo, aveva entrambe le cosce viola, tanto se le era grattate! Mi raccontò che andò avanti tutta la sera, fino a quando, rientrate a casa, aveva preso un antistaminico e finalmente il prurito cessò. Così senza perderci in chiacchiere ripartimmo alla volta di Doberdò, una bellissima falesia dove arrampicarono, loro, tutto il giorno. Io me ne stetti buttata ai piedi della roccia tutto il dì, sempre più di là che di qua, ma grata di poter respirare quella bella aria fresca che mi risollevava lo spirito e lentamente mi risvegliava dal mio intorpidimento. Finita la giornata arrampicatoria andammo a bere una birra in una frasca là vicino. Finalmente mi sentivo in totale ripresa, proprio quando piano piano, uno ad uno se ne andarono tutti e, infine, anche Aldo, un ragazzo taciturno che mi colpì per il gran sorriso con cui mi salutò prima di andarsene. Era evidente che volesse restare un po’ con noi a parlare, ma aveva compreso perfettamente che Annalisa ed io volevamo restare un po’ sole a raccontarci di noi. Fu allora che Annalisa, tra le altre, mi disse che Aldo era solo, era un ingegnere e che lei ce lo vedeva proprio bene con me. Avevano fatto il corso di arrampicata insieme l’anno prima. Mi raccontò che in Francia a Ailefroide, dove erano andati per la chiusura del corso, uno degli istruttori che voleva farsi notare da una ragazza del corso, che peraltro al momento della nostra chiacchierata stavano insieme, e si era distratto sulla roccia, intento a farsi notare a tal punto che aveva perso la presa sulla roccia ed era caduto sbattendo a terra e distorcendosi una caviglia. Aldo se lo caricò sulle spalle e lo trasportò tutto da solo per tutto il tragitto, fino alle macchine. Mi disse che era brava a capire quando le persone stavano bene insieme e che aveva già unito più di un amico e amica, ora felicemente accoppiati. Noi, a suo parere, eravamo bene assortiti. Con Annalisa il tempo passava in fretta anche se parlava veloce per non perdere tempo, sempre di corsa tra mille amici e cose da sbrigare. Con i suoi benon, figon e passion, i suoi racconti mi risollevavano sempre l’umore, indifferente se le storie erano belle o brutte. Di quando lavorava in Finlandia e poi in Germania, del viaggio in Tailandia per partecipare al matrimonio del suo amico finlandese, ai viaggi in Marocco a seguire il vento per la tavola da surf; del lavoro nello studio di avvocato, di sua sorella e sua nipote, di sua mamma e di suo papà che non c’era più. Di una vita non sua, che avrebbe voluto vivere. Non qui. E ancora i gatti che raccoglieva per strada e portava dal veterinario a curare per poi nutrirli e dargli le medicine, e accoglierli in casa d’inverno perché avessero un rifugio caldo dove dormire. Annalisa, testimone del nostro matrimonio, mio e di Aldo. Così la dipingo Annalisa. La forza e il coraggio dell’eroina, dell’amore che riveste la purezza come un mantello rosso su una veste bianca. In quel labirinto dell’esistenza che è la vita. Lo sguardo sempre teso al futuro.


Miu Mao: il nostro pa-chat

Un giorno, di non molto tempo fa, Aldo ed io siamo stati invitati a pranzo dal nostro caro amico Maurizio, nelle Valli del Natisone. Uomo eclettico, artista dalle mille sfaccettature, Maurizio calca perennemente la scena teatrale interpretando se stesso, al meglio. Si può senz’altro dire che è la caricatura di se stesso. Fotografo, ottimo cuoco, ingegnoso e dispersivo come ogni vero artista, ti accoglie nella sua casa senza grandi cerimonie.

Non è mai apparecchiata la tavola al tuo arrivo, né è già pronto alcunché, ma lo trovi inesorabilmente in cucina che sbattacchia piatti e pentole cantando o imprecando a seconda dell’umore. Maurizio è un tipo strano, ma negli anni impari ad amarlo per la sua lealtà, la sua sincerità e la sua generosa ospitalità. Per raggiungere casa sua si lascia la statale che costeggia il fiume per risalire la collina che sale verso il Matajur e dopo una serie di tornanti, a fianco di un piccolo agglomerato di case, lasci la macchina per proseguire a piedi, ridiscendendo una serie di scalini in pietra che si infilano tra le case, fino a raggiungere quel terrazzo di prato incolto che, con una vista mozzafiato su tutta la valle, è il giardino di Maurizio. Sotto il portico che domina la valle c’è il tavolo dove verrà servito il pranzo, ingombro di tutti gli esperimenti agrari del padrone di casa. Talee dall’aspetto avvilito, trapianti di erbe e ortaggi antichi per salvare le biodiversità locali rinsecchiti, resti di esperimenti più o meno riusciti abbandonati qua e là, e gatti ovunque acciambellati o giocosi, che aspettano le attenzioni del loro padrone d’elezione. Sono gatti randagi che hanno trovato qui, nel giardino di Maurizio la loro casa e qualche volta un boccone di cibo. Non si fanno avvicinare, ti scrutano coi loro occhi curiosi, ma se appena cerchi di dar loro confidenza, come ogni gatto che si rispetti ti voltano la schiena e se ne fuggono nel loro nascondiglio tra le fronde. Questa volta però c’è una sorpresa: nonna gatta ha fatto i cuccioli. Sei meravigliosi gattini grigi, neri, rossi e neri, bianchi e grigi. Seguendo la truppa di mamma gatta, papà gatto, zie e cugini, giocano a darsela di santa ragione, inseguendosi e battendosi come feroci felini. Così rallegrati dalla tenerezza della nuova famiglia salutiamo Maurizio, che oggi è tutto pimpante, anche lui per via dell’allegra compagnia, via via sempre più numerosa. Però, ripulendo la tavola per apparecchiare Maurizio ci racconta di come alcuni dei gattini siano malati, facendoci notare che i due gattini grigi hanno un occhio chiuso. Uno dei due gattini, in particolare, sembra davvero in difficoltà: è magro, malnutrito, cieco da un occhio, il pelo tutto arruffato e lasciato dal gruppo sempre indietro. Mamma gatta sembra proprio non desiderarlo. E’ l’unico che si riesce a prendere, perché è il più lento e il più impacciato. E’ un maschio, e su due piedi io e Aldo, inteneriti da quel muso peloso sofferente, decidiamo di portarlo a casa e curarlo. I primi giorni non sono semplici. Addomesticare un gatto randagio non è così difficile, se si interviene nel primo mese di vita, ma è senz’altro una sofferenza. Miu Mao, questo è il nome del nostro nuovo amico, se ne sta nascosto in qualche piccolo anfratto della casa tutto il giorno, impossibile scovarlo o avvicinarlo, se non quando ha fame. Allora ecco il momento giusto per pesarlo e dargli le medicine. Poi sparisce nuovamente e piccolo com’è chissà dove va a rifugiarsi. In quei mesi la casa era ancora un cantiere, con assi di legno e materiali vari accatastati ovunque. Nascondigli ideali per la piccola creatura. E non solo per lei. Perché ci siamo resi conto ben presto che in casa c’è anche un secondo ospite non molto gradito: un topo! Aveva lasciato evidenti tracce ovunque: buchi nel sacchetto della farina e dei cereali, piccoli escrementi nei cassetti, e oddio! eccolo con la coda dell’occhio che sta attraversando la cucina! C’è voluto più di un mese per acciuffare quella bestiolina. E non so proprio come sia riuscita a resistere per tanto tempo pulendo ogni giorno tutti i mobili e cassetti della cucina, chiudendo tutto il cibo non più negli armadi, in cui riusciva ad entrare chissà come! bensì chiusi nella lavastoviglie, nel forno o in sacchi ermetici di cui avremmo senz’altro scoperto un suo eventuale rosicchiamento. E figuriamoci appellarci al nuovo arrivato di casa: seppure era nato gatto selvatico, ci dava l’idea che l’avevamo tolto troppo presto dagli insegnamenti di mamma gatta: Miu Mao del topo se ne infischiava bellamente. Ma siamo proprio sicuri che i gatti hanno l’istinto di cacciare i topi? A noi stava seriamente nascendo un forte dubbio. Dubbio che si rafforzò il giorno in cui sorprendemmo il topo che ci guardava dalla cassapanca con aria furbesca, dall’alto in basso a me, ad Aldo e al gatto! Ci attendevamo da un momento all’altro un attacco felino contro l’odiata bestiola, uno di quei salti eleganti e micidiali, che non lasciano scampo alla propria preda. Ma Miu Mao se ne stava lì tranquillo, accanto a noi non dando il minimo segno di interesse, continuando a guardarlo stranito, quasi chiedendoci cosa ci fosse di tanto interessante da osservare. Forse che, nelle prime settimane di permanenza in casa, Miu Mao aveva condiviso insieme al topo i nascondigli di casa, entrambi atterriti da me e Aldo? In fondo appena arrivato avrà senz’altro avuto più paura di noi giganti rispetto a quella piccola creatura inoffensiva e spaurita che era il topo. Potrebbe essere. Ciò non toglie che il topo dalla casa doveva sparire. Non solo per un’idea minima di igiene e pulizia, ma senz’altro perché i ritmi di pulizia profonda da me sostenuti ormai da settimane mi stavano sfiancando. Lavare i piatti ogniqualvolta li si usava per non lasciare cibo disponibile e rilavarli prima di mangiare, non potendo essere sicuri che il topo non avesse fatto incursioni nell’armadio dei piatti e delle pentole o nei cassetti delle posate. Chiudere ermeticamente tutte le provviste, dovendo evidentemente ogni volta tirare fuori tutto e rimettere via alla bella e meglio. Scopare il pavimento ogni colazione, pranzo e cena e lavarlo ogni volta che cadeva qualcosa per terra… era davvero troppo. Tutto questo perché era chiaro che c’era solo una possibilità di acciuffare quel ladruncolo: farlo uscire allo scoperto per mancanza di cibo. E fu proprio così che una sera, ormai saranno state le dieci passate, sentimmo scattare la trappola. Il topo era rimasto chiuso nella gabbia. Ce l’avevamo fatta. Ma quale reazione avrebbe avuto Miu Mao vedendo il topo in trappola? Nessuna. La cosa lo lasciava del tutto indifferente. Boh! Ben presto, però, avremmo scoperto che questa non era la sola particolarità di Miu Mao e che in effetti era un gatto del tutto particolare. Non solo non attaccava il nemico, ma ci dimostrò ampiamente di non essere nemmeno in grado di difendersi! Al contrario degli altri gatti soccombeva a ogni tafferuglio, dopo aver cercato miagolando a squarcia gola di richiamare la nostra attenzione. A tal punto che ormai il nostro amato gatto, ogni qualvolta si trova in difficoltà ci chiama, miagolando con un lamento quasi umano e restando in attesa del nostro intervento. Tecnica a volte molto efficace, ma non sempre. Purtroppo infatti, non sempre ci troviamo nelle vicinanze, e troppo spesso Miu Mao torna a casa con graffi, tagli e gonfiori causati dalle zuffe con altri gatti. E’ indubbio che in Miu Mao è innata una certa dolcezza d’animo, di gentilezza aristocratica che lo eleva al di sopra della sua razza felina. Un’eleganza innata che dimostra in particolare quando si sdraia sulla sua sedia di paglia, sulla quale ama affilarsi le unghie e dormire per ore, mollemente abbandonato e sempre con la zampa sugli occhi per proteggersi dalla luce del sole. Ma è altrettanto evidente che il nostro amato gatto, seppur di natura nobile, non brilla certo di straordinaria intelligenza, dote che, forse, potrebbe aiutarlo a salvarsi dai pericoli o quantomeno a tenersene a distanza. Con tutte le volte che le ha prese, si allontana ancora da casa, invece di restare nei dintorni per eventuali salvataggi in exstremis. Sarò una padrona apprensiva, ma ritrovarsi ogni volta con il gatto ferito non è la cosa a cui aspiro di più nella vita. E pensare che l’avevamo preso con l’idea che allontanasse i topi dal giardino e vivesse semi randagio all’aperto, un po’ come a casa di Maurizio. Ma ci rendevamo sempre più conto che probabilmente la Natura sa quello che fa. Il fatto che Miu Mao non sarebbe senz’altro sopravvissuto senza il nostro intervento, il fatto che la mamma gatta lo allontanasse e non lo accudisse, probabilmente seguiva evidenti leggi a noi fino a quel tempo del tutto sconosciute. Se un gatto non è in grado di difendersi da solo, soccombe. E questa è la realtà alla quale ci siamo dovuti arrendere. Miu Mao non può competere con i gatti randagi che si procurano cibo da soli e vincono le lotte di sopravvivenza con tutti gli avversari che incontrano, per non parlare della stagione fredda, a cui sopravvivono per mesi. Seppure lui è assolutamente contrario all’idea, dovrà arrendersi presto anche lui al fatto di essere un gatto di casa, che ogni tanto farà qualche incursione in giardino, ad arrampicarsi sugli alberi e giocare tra i fili d’erba, ma non molto di più. Ed è così che Miu Mao è stato soprannominato Pascià, per quella sua aria un po’ snob, quel suo carattere solitario e schivo che lo rendono così amabile. Ma non è per solo per questo. Il nome deriva dal fatto che da quando è entrato nelle nostre vite, Miu Mao viene trattato da re. Sia nel cibo, che in qualsiasi altra faccenda di vita quotidiana Miu Mao ha conquistato una posizione di totale rispetto che si è conquistato grazie al suo carattere innocuo e sconsiderato. Non ha dovuto lottare per farsi notare o per far rispettare i suoi bisogni, ma ci ha conquistati giorno per giorno con l’abilità di un maestro zen, che ha aspettato che noi, suoi distratti discepoli, ne comprendessimo l’elevatura d’animo. Ecco quindi svelato il titolo del quadro, in cui abbiamo voluto giocare col fatto che in francese la parola gatto si traduce con “chat”, che richiama il suono della parola Pascià ed anche il suo significato di gatto super coccolato. .

Ricordi del passato

Quando torno a Milano, a casa dei miei genitori, tutto è lì come sempre. Nulla è cambiato. La tappezzeria, i mobili, i quadri… Tutto è al suo posto. Ritrovo l’aria di casa, quella di sempre, di quei muri che sono stati il mio nido per molti anni. Una sensazione di protezione e di appartenenza che ho ricercato per molto tempo, dopo che ho lasciato Milano avventurandomi nella mia nuova vita. Quella sensazione di calore e di familiarità che a lungo mi è mancata, prima di riuscire a costruirne una tutta mia.

E’ in questa atmosfera di antica fattura, tra i mobili dei miei nonni e le immagini di paesaggi perduti nel tempo appesi alle pareti, che ritrovo le mie origini, i miei antenati, il significato che assume la famiglia come eredità di doti e caratteri, a cui non possiamo ribellarci. Siamo una famiglia numerosa, testimonianza di un tempo in cui il nucleo familiare era un valore importante. Io non ho figli. Faccio parte di una generazione che ha deriso i valori sociali consolidati dalle generazioni precedenti, e che se ne è sbattuta dei dettami e delle convenzioni. A 50 anni fanno ridere questi discorsi, ma allora ogni cosa si facesse, dal vestirsi ad ascoltare la musica, al cibo che si mangiava era un atto politico. Si comunicava in ogni modo la propria appartenenza. Anche se sotto il vestito non c’era niente di tanto promettente. Anni bellissimi, intensi, vividi. Qui, tra queste pareti, ritrovo il sapore di anni imegnativi, passati a studiare e a imparare a combattere giorno per giorno per non soccombere, per farsi rispettare, per imparare, per un futuro che nemmeno ce lo immaginavamo come sarebbe stato. Aria densa quella di casa. Piena di ricordi. E passando da una stanza all’altra, come in un film le immagini del passato scorrono veloci, nemmeno me ne accorgo. Eppure vado dritta a quel libro che è ancora sullo scaffale. Perché mi era piaciuto a tal punto, che a vent’anni ci scrissi una poesia. Tristissima. Illeggibile. E poi, ritornando in sala, dove i miei sono abbandonati sulle loro poltrone, leggendo libri e giornali o guardando la TV, mi cade lo sguardo su quel quadro, quello della barca spiaggiata. Che non c’entra nulla. Mi scappa un sorriso. E affiora il ricordo. Era il 1978 quando mio padre tornò a casa un sabato pomeriggio tutto felice con due quadri in mano. Una cosa a dir poco strana! Mio padre non si era mai interessato minimamente alla casa, se non per le piccole riparazioni che ogni tanto gli toccava fare: la tapparella rotta, la lampadina fulminata, la libreria che cedeva sotto il peso dei libri che vedevi scivolare pian piano di lato, prendendo una strana piega, ecc. Piccoli lavoretti per i quali ero sempre pronta a dare una mano: tenere la scala perché mio padre non cadesse, passare il cacciavite per non farlo scendere e risalire mille volte, tirare la cinghia della tapparella forte forte, perché se scappava gli pinzava le dita, ecc. E sentirlo vicino vicino, lui che si era tolto gli occhiali, per vedere da vicino la vite minuta che andava stretta, con la lingua tra le labbra tutto preso, com’era, in uno sforzo di concentrazione. Mi piaceva fare questi piccoli lavori domestici con mio padre. Ma a parte queste rare occasioni in cui era chiamato a occuparsi delle piccole faccende domestiche, la casa restava nel suo più totale disinteresse. Tanto è vero che nemmeno si accorgeva di quando mia madre, presa dal desiderio di rinnovare un po’ la casa, spostava poltrone e divani, tavoli e televisore. Niente. Lui tornava a casa, come tutte le sere, andava in camera da letto a cambiarsi i vestiti, e poi si sedeva immancabilmente sulla sua poltrona, indifferente al fatto che si trovasse dall’altra parte della stanza! Fatto che peraltro aspettavamo tutti con immensa curiosità e di cui ridevamo ogni qualvolta accadeva. Ecco perché vedendolo tornare con due quadri in mano ci fu un moto di sorpresa in tutta la famiglia. Li aveva comprati sui Navigli, a Milano. La zona che a quell’epoca, insieme a Brera, era la zona degli artisti, ma di tutt’altra specie. Brera è in centro a Milano, dove oltre alla Scuola d’Arte c’è la Pinacoteca di Brera, uno dei Musei più importanti di Milano, zona ricca di gallerie d’arte e di pittori che approfittano del turismo per vendere quadri per le sue strade alla moda. I Navigli invece, zona altrettanto caratteristica di Milano, ma periferica. La zona degli artisti per eccellenza, degli artisti che si son fatti da sé, che espongono dietro alle vetrine dei corniciai o di negozi di antichità. Zoa popolare, fatta di case a ballatoio, con i bagni in comune. Quel sabato, dicevo mio padre rientrò con questi due quadri, tra lo stupore e la curiosità di tutti. Li liberò da quella carta da pacco color marrone e ce li mostrò. Ricordo la reazione di mia madre: la sua espressione non la scorderò mai! Non si risparmiava nel mostrare i suoi punti di vista. E con chiare parole fece intendere che non le piacevano affatto e chiese immediatamente di riportarli dove li aveva acquistati. “Ma figuriamoci!” Fu la risposta prontissima di mio padre. Io ero una bambina, e sinceramente non ricordo se i quadri mi avessero colpito oppure no, ma tempo che il solo fatto di non ricordarlo significa che non mi colpirono affatto. D’altra parte, però, quello che davvero mi era rimasto impresso fu l’atto in sé. Perché mio padre, preso sempre dal suo lavoro, non aveva mai il tempo per interessarsi alle cose di casa. Quindi per me era lodevole il fatto che avesse voluto contribuire a modo suo, circondandosi di cose scelte da lui e di suo gusto. Ma, a quanto pare, quei quadri per mia madre non meritavano alcuna posto in casa, e nessun atto di pietà verso quel gesto tanto umano come il volersi circondare di “bellezza”. I due quadri al giudizio obiettivo di oggi, possono passare come semplici riproduzioni di una realtà vista con occhio romantico. Il primo rappresenta una barca di legno azzurra, spiaggiata. La tecnica molto semplice. Il quadro, inutile dirlo, molto triste. Dai toni pacati a metà tra l’acquerello e il pastello, il mare e il cielo azzurri con qualche nuvola bianca. Ma visto il secondo, il primo è un capolavoro. Fu, infatti, soprattutto il secondo quadro a creare le maggiori perplessità. Un nudo di donna, dipinto a olio su tela, ma con un tratto rossiccio dei contorni che ricorda i disegni su carta con la sanguigna. Voltata di spalle, il volto nascosto, della donna non restava da ammirare che la sinuosa figura, seduta in posa per il pittore. I capelli raccolti, non si capisce bene se in un copricapo o tenuti solo da invisibili forcine. Non so se fu il nudo in sé a destare tanta riluttanza in mia madre, o la semplicità del dipinto che non faceva trasparire, effettivamente, nessuna grande dote pittorica. Ma il bello fu quando mia madre si spinse a chiedere dove volesse appenderli. E fu così che contro ogni disperato tentativo da parte di mia madre di opporsi alla volontà ferrea di mio padre, i quadri finirono appesi nei due punti più importanti della casa: la barca spiaggiata in sala, sulla parete di fronte all’entrata, tra le due porte-finestre, in modo che si vedesse appena entrati. Il nudo nell’intimità dell’alcova: in camera da letto. Lì furono appesi e lì li ritrovo oggi, qui, nuovamente a casa dai miei genitori per una visita di passaggio. Di fronte all’involontario sorriso che mi si disegna sul volto al ricordo di quell’evento di tanti anni prima, mio padre riceve, credo, involontariamente il mio messaggio e incalza: “Ti ricordi Monikina (diminutivo di Monika, il nome di mia madre) quando tornai con tua madre a casa con quei due quadri? Li avevamo scelti insieme a Brera”. Come??? Quando??? Dove??? E con chi??? La Oma Lotte? (Nonna Charlotte, la nonna materna). Ma che razza di storia è mai questa? No, non è affatto vero, me lo ricordo benissimo. Figuriamoci se mia nonna con quel gusto raffinato e da intenditrice che ha sempre avuto avrebbe mai avvallato una scelta simile! La nonna, donna e artista sensibilissima, di una bellezza senza tempo. Donna raffinata, vestita di tutto punto in ogni giorno della sua vita e in ogni momento della sua giornata. Dai capelli bianchi lunghi, che pettinava a lungo davanti allo specchio e che raccoglieva in uno chignon. Quante volta l’ho accompagnata in centro a fare acquisti. Vestiva sempre Luisa Spagnoli, in quel negozio di Via Vittorio Emanuele, che a distanza di quarant’anni è ancora lì. La nonna Lotte, abituata a quadri antichi, dalla fattura preziosa e antica della maestria dei tempi andati, non avrebbe mai potuto comprare quadri simili, per la loro modernità in primis, ma anche per la fattura approssimativa, sempliciotta e inespressiva di quei due quadri. Impossibile. Poi, la nonna quel giorno era a casa con noi quando mio padre rientrò con i quadri in mano, e ricordo perfettamente che si ritirò nella sua stanza per non dover partecipare a una discussione a dir poco inutile, come i fatti avrebbero poi confermato. E poi, anche per sottolineare il suo totale disappunto, se quello di mia madre non fosse bastato. Ma qui ci troviamo di fronte a quell’immenso e paludoso terreno che è il ricordo, che col tempo, passando di racconto in racconto, si trasforma fino a diventare pura invenzione. Quante volte mi è accaduto di dovermi scontrare coi ricordi degli altri che non hanno alcun punto di contatto con i miei? Ricordi che riguardano eventi vissuti insieme, in cui eravamo lì entrambi a vivere la stessa situazione. Eppure, ognuno modifica i contorni della realtà a proprio piacimento lasciando interdetti tutti. Ma allora forse sono io che ho modificato la storia a mio piacimento? Secondo il modo in cui vedo e ho sempre visto i ruoli di mio padre e di mia madre? Per riconfermare la poca sensibilità artistica di mio padre in confronto alla grande sensibilità della famiglia materna? O è mio padre che ha stravolto i fatti per accalappiarsi il consenso di sua moglie e piegare la sua volontà alla propria, in quanto non si sarebbe mai opposta al gusto artistico raffinato e autorevole di sua madre? Mia madre ci guarda, col suo sguardo dolce un po’ interdetto. Quante volte avrà già dovuto intervenire in questioni simili? Opinioni diverse, scelte di vita strampalate non approvate, punti di vista contrastanti, discussioni e incomprensioni? Lei non si mette in mezzo, non patteggia per nessuno dei due, non avvalla alcuna versione dei fatti. Resta lì a guardarci e chissà dentro di sé se sta pensando a quanta poca memoria abbiamo entrambi! Si ricorda bene lei di come erano andate le cose! Ma cosa serve discuterne per l’ennesima volta? Ognuno rimane comunque della propria opinione!

Le parole non contano

Ci sono storie che non si possono raccontare. Perché l’emozione prende il sopravvento e le parole cominciano a perdere i confini e si mescolano senza logica, si sovrappongono fino a perdersi l’una nell’altra e lasciare un senso di vuoto infinito attorno a sé. Una parola senza alcun significato, densa di emozioni, sola sulla pagina, questo sarebbe il racconto della mia storia. Criptica. Quantomeno criptica.

E’ sempre così quando il cuore comincia a battere forte, tanto forte che il suo rumore sommerge ogni idea, ogni pensiero. E nella testa mille fuochi d’artificio che scoppiano uno dentro l’altro, crepitando in un continuo di luci abbaglianti. E il senso di me stessa si perde. Come le parole. All’infinito. E tu mi chiedi come sto? Stare. Qui tutto si muove, convulsamente, sotto la spinta di una forza vitale che non conosco. L’avevo dimenticata, là dentro, in quell’angolo oscuro in cui sono rinchiusi i sogni. Con quell’idea di me stessa che mi distingue dagli altri e che mi spinge a scegliere, a lottare per affermare la mia esistenza e a difendermi dal nulla; quell’idea a cui mi aggrappo, per non abbandonarmi. Perché, forse non lo sai, ma è nel momento esatto in cui ho vissuto estatica e senza briglie quell’attimo infinito della mia esistenza, che ho incontrato quel volto pallido, cianotico, sofferente, che ormai sempre mi guarda. Mi aspetta. Lo so, sono parole senza senso. Ma ci sono cose che si sanno, senza che per questo ci debba essere una ragione. E’ come se si svelasse uno scenario che sapevo già esistere, ma che ho fatto finta non ci fosse. Inganno e ipocrisia, invidia e gelosia. E preferisco tutto questo, ancora. Ho paura. Scappo. E ci riprovo. Ci ricasco, Ci riprovo. E tu mi chiedi dove vivo adesso? Nella trama della tela che dipingo, il più della volte. Altre in disparte a guardare dalla finestra insieme ai pennelli che non uso. Se fossi stata capace di esprimere ciò che provo, se fossi in grado oggi stesso di comprendere i miei desideri, allora forse potrei realizzarli. Ma non si sa mai ciò che si desidera. Ciò che è importante. Quello che conta. Ho sempre creduto che bastasse trovare le parole giuste, per spiegare, per comunicare, per comprendere. Ma poi è solo quando sbatto la testa contro il muro che capisco che la porta è chiusa, o quando le tue parole mi trafiggono, tradiscono, distorcono, manipolano. Allora capisco che cercare di raccontarmi è uno sforzo inutile. Ho a disposizione il solo tempo che mi è stato donato, e dispongo le parole secondo la mia logica. Le frasi prendono senso oppure lo perdono, sulla base del potere che esercito, quando voglio ottenere qualcosa. Ma le parole non contano. E’ quando mi perdo, mentre il cuore batte all’impazzata, nello stordimento di luci e botti, che vengo trasportata nell’immenso dell’universo, dove tutto risplende senza alcun significato apparente. Solo lì mi ritrovo. Ed è a questa vita che mi dono, togliendomi anche l’ultimo orpello: la catena che mi hanno appeso al collo. Il giorno che sono nata, quando mi hanno dato un nome che non ho scelto. I miei genitori. Mi tolgo la collana che mi stringe il collo per tornare a respirare. Ed è in questo respiro che amo, finalmente, me stessa. E tu mi chiedi se sono sposata? Si. Sono sposata. Aldo è il nome di mio marito. Stiamo bene insieme. Aveva ragione Annalisa. Nella nostra dimensione domestica ho trovato il sapore di una vita che ho fuggito per anni. Per paura di imbattermi nella mia immagine riflessa negli occhi dell’altro, o in una lacrima, una delle tante lacrime che scivolano sul volto della gente. Perché da quando cammino lenta, sento le voci da cui sono scappata tutta la vita, sento i singhiozzi che sfuggono nel silenzio della notte, vedo le occhiaia di chi non ha dormito sotto il peso delle preoccupazioni, e di chi ride sguaiato alla solitudine. Mani tese nell’indifferenza che chiedono aiuto. Ma chi potrà mai insegnarti ad amare te stesso se non l’amore di chi ti sta accanto? Così, invece di cadere sempre tra le braccia sbagliate, finalmente inverti la rotta e ti abbandoni, nuda, in un’isola di pace, in un mare trasparente, limpido.

L'Arte

Nella lettura delle opere d’arte è indubbio che lo sguardo dell’osservatore e del critico abbiano da sempre avvolto l’opera di significati legati all’epoca storica in cui vissero e alla loro propria capacità percettiva, immaginativa e d’interpretazione. Credo che l’atto creativo si ponga a grande distanza dal mondo concreto, anche se col mondo condivide tecniche, materiali, e forme. L’artista è colui che, attraverso la concentrazione necessaria a dipingere, si lega profondamente all’universo creatore e trasporta, attraverso forme e colori, un linguaggio “archetipo”, comprensibile a tutti, indipendentemente dalla cultura in cui è nato, vissuto ed educato.

Al di là del tempo. Credo, cioè che l’arte abbia molto più a che vedere con dio che con l’uomo. Leonardo disse: “Il dipintore disputa e gareggia colla natura.” In questa frase è racchiuso il significato più profondo dell’essere artista: egli è creatore, ma deve scendere a patti con le forze della natura, per racchiudere in una forma materiale l’immensità del significato stesso della creazione, la vita. La gravità, la materialità degli oggetti e la loro finitezza, si vestono nell’opera d’arte dell’infinito eterno significato dell’esistenza, rendendoli “vivi”, o ancor meglio “immortali”. L’artista, dunque, durante il processo creativo, si immerge nell’essenza del proprio agire e sperimentare, aprendosi fiducioso alle forze dell’universo, da cui attinge spregiudicatezza e ispirazione. Il limite dell’opera, di conseguenza risiede nella capacità dell’artista di aprirsi a tali forze. All’artista è demandato il compito di saltare nel vuoto, nell’abisso della propria esistenza, a scrutare nel buio, per poi raccontare al mondo ciò che ha vissuto. Più si sporge oltre ai limiti del conosciuto, abbandonandosi a se stesso, e più l’arte diventa autentica. Nel fluire del colore sulla tela, si immerge lo stesso pittore, che diventa allo stesso tempo mano, pennello e colore. Per questo l’arte è essenza, in cui chiunque si può riconoscere, con un processo inverso a quello dell’artista: l’osservatore, aprendosi fiducioso al puro segno che è oramai dell’opera, si ricongiunge a quel filo sottile che lega l’umanità intera e tutto il creato. L’arte è, dunque, puro atto di amore. In quanto l’artista dona se stesso alla tela, e al mondo sconosciuto di un’umanità spettatrice che, grazie alla sua creatività, diventa a sua volta essa stessa creatrice. Nel momento in cui lo spettatore, attraverso il sacro legame che la visione dell’artista ha realizzato con l’inimmaginabile bellezza dell’esistenza, intravede, e quindi crea a sua volta, il valore dell’opera. Come disse Jackson Pollock: “Dipingere è azione di autoscoperta. Ogni buon artista dipinge ciò che è”, o meglio, ciò che siamo. Perché l’autoscoperta è un percorso in cui l’artista accresce la propria fiducia verso l’umana partecipazione all’universo creatore, di cui egli è diventato parte integrante. E in cui l’umanità spettatrice partecipa alla creazione grazie alla sua interpretazione dell’opera d’arte. Tale percorso è autogenerativo, se così possiamo definirlo, in quanto risveglia nell’artista sempre nuove consapevolezze, che lo rendono sempre più spregiudicato, forte e sempre più profondamente radicato in se stesso e al tempo stesso nel mondo, ovvero in quella parte di sé che è in unione col tutto, e con quella parte che vive nel suo tempo. Potremmo dire, sempre più radicato dentro e fuori di sé, in un equilibrio di forze che rispecchiano l’armonia dell’universo. “Sono costretto a continue trasformazioni, perché tutto cresce e rinverdisce. Insomma, a forza di trasformazioni, io seguo la natura senza poterla afferrare.” (Claude Monet). La vita è in continuo movimento, e per cercare di afferrarla l’artista diventa vita stessa, lasciandosi andare al flusso, lontano dalle regole, dall’etica, dalle aspettative e dall’atto formale: là incontra il divino che è in ognuno di noi e che ci lega l’uno all’altro, là dove risiede la nostra vera natura. E’ nel proprio mondo interiore, dunque che l’artista incontra l’”anima mundi”, come accade nei sogni. Non vi è totale incoscienza, né distacco dal vissuto. In entrambe le esperienze il sognatore e l’artista usano le immagini del mondo “reale”, del proprio vissuto, come contenitore di significati della propria esistenza più profonda. Vi è una tale vicinanza tra il sogno e la pittura che lo stesso Van Gogh molto acutamente disse: “ Io sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni”. William Hazlitt disse “Il più modesto dei pittori è un vero allievo, e il migliore di tutti, perché allievo della natura.

Il mago

Oggi vorrei raccontare la storia di un mago, che ho incontrato, non per caso, ma perché camminando ho incrociato la sua strada e sono inciampata nella sua magia. L’ho cercato per molti lunghissimi anni, finalmente adesso è qui con me. Mi sente e mi accoglie, giorno per giorno, per donarmi un fiore di umanità, un’alba di immenso sentire. E’ facile riconoscere un vero mago.

Come in tutti gli artifici, una volta scoperto l’inganno tutta la costruzione immaginativa crolla. Basta, quindi, estraniarsi dall’illusione in cui il mago ti induce e spostare lo sguardo oltre i suoi artifici. Ed è fatta! Ma se, una volta spostato lo sguardo il suo operare è ancora stupefacente, allora, caro lettore, ecco che ti sei imbattuto in un vero mago. Semplice, no? Domenica scorsa ci siamo incamminati per la strada sterrata che dal centro di Cordovado si inoltra nella campagna verso i Mulini di Salis e ai miei piedi ho visto una viola del pensiero, cresciuta nel selciato, solo, unico fiorellino, in mezzo a tutti quei piccoli sassi bianchi. La viola è il fiore della rinascita. Secondo la leggenda, Demetra, dea delle colture, si accorse del rapimento della figlia Persefone da parte di Ade, il dio dell’oltretomba e, disperata per questo fatto, rese la terra sterile. Zeus convinse Ade a far trascorrere a Persefone primavera e autunno con la madre. Demetra così rese nuovamente la terra feconda e la prima volta che Persefone tornò sulla terra fu accolta da tanti piccoli fiori: le viole del pensiero. Ed è con questo fiore che rappresento la mia nuova vita, che, come un fiume che si versa nell’oceano, non trova più sbarramenti: la via è libera, niente chiuse o impedimenti. Un oceano che mi accoglie e in cui mi sento all’unisono, acqua nell’acqua. Ho spostato il bersaglio, da quella che era una via senza uscita ad un universo di luce, in cui si dispiega una nuova edificante vicenda umana. E il conflitto di anni e anni rimane ai miei piedi, incoerente e fuori fuoco. Cavalli imbizzarriti corrono verso di me, sento la loro potenza, superiore alla mie possibilità, ma non ho più paura. E’ la forza della vita, che mi travolge e io le vado fiduciosa incontro. Siamo convinti che determinate esperienze, determinati obiettivi ci possano donare l’appagamento che cerchiamo. Eppure tali immagini di felicità sono solo congetture, ipotesi, cliché assimilati dalle vite di altri. Oppure sono dettate solo dalla propria ignoranza. D’altronde come è possibile sapere prima cosa ci renderà felici? Bisogna pur provare. Giusto? Ma di tentativo in tentativo non facciamo che consumare la nostra fiducia, il nostro ottimismo, la nostra energia vitale, la nostra stessa vita. E’ così che lottando di conflitto in conflitto, mi sono imbattuta alla fine in un dilemma che ha messo ko il mio sistema di valutazione. Come in uno di quegli indovinelli zen che il maestro pone al proprio discepolo finché arrovellandosi il cervello non torna dal maestro con la risposta corretta, allo stesso modo la vita mi ha messa di fronte a un conflitto senza apparente soluzione. Di fatti l’indovinello si è dimostrato privo di soluzione e ha generato un corto circuito nel mio intero sistema vitale, tale che solo l’accorgermi che era uno stratagemma mi ha permesso di superarlo e di conseguenza vedere nuove strade da percorrere. Esattamente come farebbe un mago, la vita mi ha posto di fronte alla più grande delle illusioni. Si sente sempre più spesso affermare che, se ci si trova di fronte ad un conflitto tra due scelte, bisogna cercare una terza via. Non è vero. La terza possibilità non esiste, perché se anche esistesse sarebbe condizionata dalle premesse, dal quesito stesso. Sarebbe dunque una soluzione suggerita dal conflitto stesso. Ma la soluzione che cerchiamo vuole superare ogni barriera e volare libero nell’immensità della vita. Di fronte alle illusioni del mago, la soluzione unica e possibile è, dunque, comprendere che si tratta di illusione, di puro stratagemma. Dunque, caro lettore, se ti sei imbattuto in un problema apparentemente senza soluzione, posso darti un solo consiglio: non cercare la soluzione, perché non esiste. Il conflitto in cui ti sei imbattuto è la dinamica perfetta per farti cascare nel tranello. Pensa di essere di fronte ad uno spettacolo di pura magia: cosa farebbe un mago per cercare di creare l’illusione negli spettatori per indurli a cadere nell’artificio? Giocherebbe con i loro punti deboli, con la loro ingenuità, con la loro ignoranza. La vita fa la stessa identica cosa! Ogni giorno ci vengono tese trappole una dopo l’altra, ma nella maggior parte dei casi ci destreggiamo come abili giocolieri. Eppure c’è sempre qualcosa che, al contrario, ci trattiene, ci fa cadere in errore, ci distrae; ed è arrivato il momento di affrontare la questione. Come fare dunque? Il solo comprendere questo presupposto è un ottimo inizio! Poi si può lavorare sulla capacità di controllo e pilotaggio delle forze divine per riversarle nella quotidianità, per risvegliarla a nuovi paradigmi e trasformare il contenuto della nostra vita una volta per tutte. In poche parole si tratta di portare le forze dell’universo nel mondo della materia per ravvivarla: portare l’infinito nel finito, il divino nel terreno, la luce nelle tenebre. Si può tradurre questo concetto con delle immagini, dove la forza vitale è la luce, mentre la materia è l’elemento che riflette o assorbe tale energia. Si possono visualizzare immagini come l’alba con i riflessi del sole sull’acqua cristallina, foglie verdi bagnate dalla rugiada su cui si riflette un raggio di luce, ecc., e le rocce o la sabbia in riva al mare. Una volta visualizzata l’immagine che maggiormente mi ispira pace, mi immagino una situazione di grande gioia, di grande pace, di grande amore, vissuta realmente. In questo modo riesco a combinare contemporaneamente la percezione visiva (anche se immaginata), sentimento ed emozione. Sentimenti ed emozioni sono prodotti della mente, come reazione a stimoli esterni. Poiché la mente non riconosce se tali stimoli sono reali o solo immaginati, con un po’ di esperienza è facile trarla in inganno e ottenere reazioni emotive su comando. Reazioni emotive positive, di pace e amore universali. La cosa più importante è proprio il vivere emotivamente la sensazione di pace e di gioia, proprio come se la stessimo vivendo realmente. La sola immaginazione non è sufficiente, è necessario coinvolgere tutti gli aspetti della nostra esistenza: mente, corpo e anima; immagine, emozioni e sentimenti. Una volta raggiunto questo stato di benessere e di piacere, che amo chiamare piattaforma del benessere, mantengo il più a lungo possibile tali percezioni di pace, gioia e allegria. Imparare a infondere sensazioni di amore nella propria vita, attingendola sempre dalla fonte superiore: dalla luce, dal sole, mi ha insegnato ad amare la vita in ogni sua manifestazione. Credere nel sogno, nella possibilità di realizzare cose che nessuno ritiene possibile realizzare, è lo strumento più potente che abbiamo per modificare la nostra vita. Visualizzare luoghi di infinita bellezza, senza tempo e immergersi in tali luoghi, vivere in tali luoghi. Soffermarsi e attingere l’energia dell’infinita ed eterna meraviglia dell’universo e riportarla concretamente nella propria vita attraverso progetti, idee, obiettivi, pensieri, azioni. La finalità non è la realizzazione dei propri desideri. Si può anche partire da questo, forse risulta più semplice, ma il fine ultimo non è ottenere ciò che desideriamo, che potremmo definire la terza via, ma cambiare il proprio mondo, accedere ad una dimensione totalmente nuova. Questo è un obiettivo comune a tutte le creature: ognuno desidera vivere nella quiete dell’anima, laddove amore e magnificenza si riflettono in ogni cosa. In questo modo mi ritrovo in comunione con tutte le creature dell’universo, senza alcuna differenza. Se la vita vi ha peso per mano e vi ha portato ad uno spettacolo di magia; se caduti nell’artificio della vita siete rimasti nell’illusione, immergetevi nella bellezza infinita della natura, per scoprire che ognuno, in verità, è il vero mago di se stesso.